La fragilità come condizione umana.

cropped-mazzeri_piatto3.jpg“Qual è il senso di un discorso sulla fragilità?” si chiede, e ci chiede, lo psichiatra-filosofo-scrittore Eugenio Borgna. La domanda si pone come incipit del suo prezioso piccolo libro La fragilità che è in noi.
È appoggiato sul comodino. Certe sere lo sfoglio, lo annuso, scrivo un appunto a margine, un segno, una freccia di collegamento tra il testo e piccole mie parole sparse, un emoticon tracciato a matita (faccina sorridente, perplessa, impaurita o furibonda).
La semplice e disarmante risposta è che “la fragilità fa parte della vita, ne è una delle strutture portanti (…) ne è una condizione normale”. Tra la domanda e la risposta Borgna compone parole che – nel movimento lento della lettura – divengono indelebili in quanto necessarie.

Tra la domanda e la risposta ognuno di noi potrebbe scrivere il racconto della propria vita, in tutti quegli aspetti fragili che di solito tendiamo a nascondere agli altri e finanche a noi stessi. E anche quando non vengano del tutto nascosti, difficilmente riescono a sfuggire (per dirla ancora con Eugenio Borgna) “al fascino stregato del pregiudizio che nasconde in sé un segreto disprezzo per la debolezza che si manifesta nella vita incrinata dalla malattia, dagli handicap e dalla condizione anziana.” … e aggiungiamo pure dalla tristezza, dalla malinconia, dalla timidezza, dai fallimenti e dalle sofferenze dell’abbandono e del lutto, della lontananza forzata dei migranti.

Il pregiudizio è una falsa credenza che ognuno costruisce per non farsi toccare dalla complessità e dai dolori che la vita stessa, nel suo svolgersi, porta con sé. Non ci fa piacere riconoscerci anche fragili. Quindi costruiamo giudizi a priori e diventiamo automaticamente giudici (di noi stessi e degli altri).
Neppure desideriamo scorgere aspetti fragili nei genitori, nei figli, nel compagno e nell’amico più caro perché le stigmate della fragilità che riconosciamo in loro potrebbero entrare in risonanza con le nostre.
A quel punto dovremmo accorgerci della nostra personale fragilità e occuparcene.

Ho cercato sul dizionario etimologico la parola fragile. La cosa è interessante perché, a differenza di un normale dizionario, ogni parola viene definita dai significati sedimentati nel corso del tempo. È quella che viene chiamata “etimologia remota”. Ed ecco cosa salta fuori: che si rompe facilmente (1304/13); debole, gracile, delicato (1292); facile a cadere ai vizi e alle tentazioni (1304); caduco (1332).
Nel dizionario per bambini che mio figlio utilizzava alle elementari, fragile è definito così: che si può rompere facilmente, debole, delicato, inconsistente, labile.

In un moderno dizionario fragile è descritto in vari modi, tutti negativi. Che si rompe facilmente. Poco robusto, poco resistente; debole (un fragile riparo; opporre una fragile resistenza; una ragazza fragile; salute fragile). Facile a cadere in fallo, facile alle tentazioni (la fragile natura umana; la carne è fragile). Passeggero, inconsistente (una fragile speranza, fragile grandezza. Effimero). Riferito a un ragionamento, a un pensiero, che ha scarso fondamento, che può essere facilmente confutato.

Bisogna rivolgersi a un Dizionario Analogico – come ci suggerisce Borgna – per avere un’estensione del significato. Non ho resistito alla curiosità. Ho acquistato un Dizionario Analogico e mi si è aperto un mondo di parole flessibili: i significati qui sembrano meno rigidi, meno inchiodati a un destino. Man mano che leggo, la parola fragile si svincola dalla gabbia della negatività per diventare anche qualcos’altro: delicato,  vulnerabile, sensibile, ipersensibile.

Siamo nella logica dell’apertura di significato: non una cosa o l’altra (il mono pensiero) ma, invece, una cosa e l’altra (i pensieri diversi che abitano nella stessa persona).

A questo punto della mia piccola ricerca mi sento più rilassata; posso contenere dentro di me questo & quello: gioia & malinconia, fiducia & scoramento, salute & malattia, forza & fragilità. Soci per sempre.

 

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